Un sottomondo vuoto e malato ha spento il sorriso di Willy. Un sottomondo in cui serpeggia il culto della violenza. Anni della propria vita spesi in una palestra ad imparare come colpire altri esseri umani e fargli del male. Anni della propria vita spesi a sfogare le proprie frustrazioni a calci e pugni. Nell’illusione di sconfiggere quel vuoto che ti punge dentro. Nell’illusione di sconfiggere quei nemici immaginari che vedi ovunque là fuori senza renderti conto che sei tu il tuo peggior nemico. Poi finalmente il sabato sera. Poi finalmente esseri umani invece che pungiball e una piazzetta piena di pubblico come ring. Un degno palco su cui mostrare la propria ferocia. Al branco, al mondo intero. Pescando un nemico a caso nel mucchio e scaricandogli addosso i propri fallimenti esistenziali. Con colpi precisi e potenti. Al volto e al corpo. Per far male, per sentire il piacere del potere. Il potere di dominare quel malcapitato. Il potere di sentire la sua vita nelle tue mani e terrorizzare lui e tutti quelli che assistono alla scena. E guai a chi osa intromettersi e ribellarsi a quegli attimi di delirio egoistico di onnipotenza. Può essere fatale. Attimi di adrenalina. Attimi di follia pura. Sfogo violento del proprio malessere profondo. Ricerca di senso dove di senso non ce n’è neanche un grammo e non ce ne sarà mai. Un sottomondo vuoto e malato in cui serpeggia il culto dell’apparire. Della confezione invece che del contenuto. Anni della propria vita spesi a decidere cosa mettersi addosso. Uniformi che determinato il tuo rango, la tua tribù, la tua missione. Mode, tendenze. Scempiaggini adolescenziali che si trascinato per tutta la vita. Abiti senza dentro nessun monaco. Un sottomondo vuoto e malato in cui serpeggia il culto del proprio corpo. Anni della propria vita spesi in palestra a gonfiarsi o in qualche centro estetico a lisciarsi. Muscoli, tatuaggi, abbronzature, ritocchi, peluria. Anni passati allo specchio ad ammirarsi bicipiti e pettorali e provare nuove espressioni e nuove pose da esibire. Quelle da duro, quelle sexy, quelle da persona vera o presunta. Miliardi di foto scattate sulla propria faccia e sul proprio corpo. Di continuo. Da tutte le angolazioni. Testando nuovi look e nuove location per aggiungere dettagli e sfumature al nulla più totale che ti divora. Miliardi di foto da selezionare e poi postare con cura sui social. La propria protesi esistenziale. Là dove si esibisce il tuo personaggio digitale alla disperata ricerca di ammirazione, di appartenenza, di identità di qualsiasi cosa perché dia briciole di senso. Miraggi. Drammaticamente futili. Fans, followers. L’opinione degli altri che determina perfino quella che hai di te stesso e della vita che ti circonda. Pollicini alzati, sorrisini. Alla spasmodica ricerca di una scappatoia alla mediocre vita quotidiana in cui sei incastrato. Alla ricerca di popolarità e magari pure di un biglietto d’ingresso per il paradiso. Quel mondo vippato che però è anch’esso solo un miraggio, solo apparenza. E altrettanto vuoto. Luccicante, dorato, lussuoso, costoso. Ma sempre dannatamente vuoto. Un vuoto che ti punge dentro e che bisogna anestetizzare in qualche modo. Riempiendolo con qualche sostanza proibita. Riempendolo con della roba o con dei soldi. Oppure scappando da qualche parte. A perdere tempo o a lavorare come un forsennato. Oppure riempiendolo di virtualità e col feticismo del proprio corpo e della propria immagine. Indossando la maschera del tuo personaggio digitale il sabato sera e scendendo in piazzetta. A sfogare violentemente i propri fallimenti esistenziali contro un povero ragazzo. Fino a spegnere per sempre il suo sorriso.

Tommaso Merlo