Trump insiste nella politicizzazione della catastrofe del secolo. Rischia l’osso del collo e sta dando segnali di disperazione. Negli ultimi giorni le proteste contro il lockdown si sono moltiplicate in tutti gli Stati Uniti. Erano iniziate in Michigan con sostenitori trumpiani sotto il palazzo della governatrice. Cortei, assembramenti senza mascherine. Chi armato fino ai denti, chi col cappellino rosso “Make America Great Again” in testa. Negazionisti, menefreghisti, avanzi di campagna elettorale che hanno violato il lockdown e bloccato la capitale per ore. Incluso ambulanze e personale sanitario diretti in ospedale. All’urlo che a “lockarsi” dentro casa dovrebbe essere la governatrice ovviamente democratica. Invece di condannare i rivoltosi ed invitare i cittadini a rispettare le disposizioni, Trump ha incredibilmente twittato a favore delle proteste. Una mossa coerente con la sua strategia di sopravvivenza sempre più disperata. Trump si è reso conto che con questa pandemia rischia l’osso del collo. Non è all’altezza del compito e le conseguenze dell’emergenza rischiano di recidere alle radici la sua parabola. Per questo si è rifugiato più che mai nella sola cosa che sa fare, la campagna elettorale permanente. Il suo scopo è reggere nei consensi fino a novembre sperando che passi in fretta la tempesta. Il presidente è in mano ai suoi tifosi. A quel sottobosco ultraconservatore e bigotto che è l’anima del sovranismo. Conservatori a loro agio dentro a qualche muro fisico e mentale. Tifosi alla ricerca di boss che incarnino il loro egoismo, che plachino le loro paure, che assecondino i loro istinti peggiori. Libertà intesa come menefreghismo. Politica intesa come guerra difensiva. Nonostante roboanti minacce, alla fine Trump ha scaricato sui governatori anche la sbandierata riapertura. Come dallo scoppio della pandemia: gli stati federali al lavoro in prima linea, lui un passo indietro a puntare il dito prendendosi meriti non suoi e scaricando sugli altri colpe tutte sue. Lui a casa davanti al televisiore e a digitare tweet deliranti. Una propaganda sempre più arrogante, una lotta per la sopravvivenza sempre più disperata. I numeri dell’emergenza negli Stati Uniti fanno paura. Troppo gravi per essere coperti. Troppi errori, troppe bugie per buttarla in politica. La curva della verità dei fatti sale vertiginosamente. Cominciano a morire i genitori e i nonni dei suoi tifosi. Cominciano a perdere il lavoro e finire in povertà anche i suoi follower più accaniti. Uno dopo l’altro si accorgono che non è un raffreddore come aveva detto il loro boss e non sparirà per miracolo in primavera. Uno dopo l’altro si accorgono di essere stati mal informati e perfino usati da interessi più grandi di loro. Uno dopo l’altro si accorgeranno che la politica non è una partita di football e nemmeno un rodeo e che invece di un mitra in mano e un cappellino rosso in testa dovrebbero mettersi qualcosa nella zucca. Negli assegni di aiuto alla cittadinanza Trump ha insistito che vi fosse scritto sopra il suo nome, segni di disperazione, come i tweet a favore delle rivolte anti lockdown. Si rende conto che con la pandemia si gioca l’osso del collo. I suoi soldi, i suoi intrallazzi, la sua propaganda permanente. Tutto inutile. La verità sta bussando alla porta dei suoi tifosi. E quando i tifosi apriranno sarà la fine. Per lui e per la pandemia sovranista.

Tommaso Merlo

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