Dei poveri del mondo ce ne dimentichiamo in tempo di pace, figurarsi in tempo di guerra. Ma il virus ha attecchito anche nelle baraccopoli del pianeta, anche nei campi profughi e nei villaggi di fango. Il panico invece molto meno. Come se i poveri avessero anticorpi molto più resistenti alle sventure. Ma non solo. Finora si registrano ancora pochi contagiati tra i bassifondi del pianeta, ma il virus corre veloce e sono i poveri la stragrande maggioranza. Miliardi di potenziali infetti. In ogni continente. Un gigantesco boomerang in tempi di pandemia. La notizia del coronavirus si è diffusa attraverso la rete e il passaparola. I poveri ne parlano maneggiando qualche vecchio cellulare. Li impressiona vedere il luna park della modernità chiuso all’improvviso. Lo pensavano inarrestabile ed invece eccolo penosamente messo in ginocchio da un microscopico intruso. Guardano foto, scorrono notizie. Cercano di capire cosa sia quella specie d’influenza. Leggono che a morire sono soprattutto anziani di un’età a cui loro non avevano mai nemmeno pensato di arrivare. A certe età ci arrivano solo i ricchi che han sempre avuto un tetto asciutto sopra la testa, il frigorifero zeppo di leccornie, una vita serena e perfino un ospedale a cui rivolgersi al minimo dolorino. Lusso sfrenato. Sui cellulari rimbalzano le immagini degli ospedali europei. Sembrano navicelle spaziali. Con tutta quei macchinari luccicanti e fili e dottori bardati come astronauti. Scene da film di fantascienza per chi non è ma entrato nemmeno in un malconcio ambulatorio. Perché troppo lontano, perché troppo costoso. Come le medicine. Come tutto il resto. Scene da film per chi quando si ammala è abituato a morire. E basta. Il mondo ricco trema e piange. I poveri ne parlano affollati tra lamiere e muri di fango. Leggono di distanziamento sociale quando loro vivono ammassati uno sull’altro. Da sempre. In una stanza, in una baraccapoli, in un campo profughi. Se i poveri del mondo si piazzassero ad un metro uno dall’altro non ci sarebbe più spazio per i ricchi sul pianeta. Ammassati nella vita come davanti a quel vecchio cellulare o alle labbra di chi sa qualcosa di cosa diamine sia quella pandemia. Vedono foto di popoli interi con una mascherina sul muso. Forse ne avrebbero bisogno pure loro. Ma se scarseggiano per i ricchi, loro dovranno arrangiarsi. Come sempre. E coi ricchi allo stremo potrebbero non riceve nemmeno aiuti umanitari. Leggono di milioni di ricchi chiusi tra le mura domestiche. Confinati nelle loro regge. Ma sofferenti. Li vedono agitarsi davanti a qualche webcam, li vedono esorcizzare la paura cantando fuori dai balconi ed applaudendo i loro eroi che stranamente non impugnano mitra ma qualche tubo. I ricchi hanno paura. Paura che la festa finisca, paura della morte. Impensabili fragilità dietro alla corazza. I poveri non hanno mai avuto il lusso di andare al luna park, non hanno mai avuto il lusso di poter scappare dalla paura. Han dovuto imparare ad affrontarla e a conviverci. Ogni santo giorno. Assediati dalla miseria o da qualche guerra. Oppressi da qualche dittatore o perseguitati da qualche folle fanatico. Rinchiusi dentro a qualche filo spinato o tra teli di plastica sgualcita tra puzza di spazzatura bruciata e senso d’ingiustizia. Più i poveri s’informano sul coronavirus più gli sembra una dannata influenza. E anche se alla fine non lo fosse, meglio illudersi che lo sia. Questione di priorità. Non hanno acqua potabile, non hanno cibo decente da mettere sotto ai denti. Non hanno un tetto asciutto, non hanno un futuro. Se il coronavirus li colpirà, sarà un male tra gli altri e non certo il peggiore. Niente panico dunque, niente paura. Solo attesa. L’eterna attesa degli ultimi. Che il mondo cambi.

Tommaso Merlo

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