È una carneficina. È una guerra. Non si sentono colpi di cannone, non si vede sangue e cumuli di macerie. Ma silenzio spettrale. Un silenzio d’attesa, di paura. Che il nemico possa bussare alla propria porta. Che squilli il telefono con qualche brutta notizia. Un silenzio agghiacciante tra le strade della propria città come dentro se stessi. Basiti da un nemico senza volto e senza un perché. Un nemico determinato a mietere più vittime possibili e distruggere tutto. È la guerra. Quella dannata guerra. La linea del fronte sono le corsie degli ospedali. I soldati medici e infermieri bardati con camici e mascherine invece che con uniformi mimetiche ed elmetti. Le armi sono respiratori e tubi invece che pugnali e mitragliatrici. Il nemico impazza furioso. I soldati combattono strenuamente, nel cuore non hanno odio, ma amore per il prossimo. Dalle retrovie giungono incoraggiamenti a non mollare, ma non è facile. Non lo è affatto. È una carneficina. Le vittime della guerra giacciono inermi su sterminate file di lettini, con la testa dentro un contenitore di plastica, attaccati a delle macchine. Non riescono più a respirare. Tra loro tanti anziani e con malattie pregresse. Ma sempre esseri umani a cui il nostro paese deve tutto. Ma sempre esseri umani che fino a qualche giorno prima erano serenamente a casa loro tra figli e nipoti. Sconcerto, senso d’impotenza e d’ingiustizia. È la guerra. Dolorosa, ingiusta, spietata. Quella dannata guerra. Scienziati, politici, cittadini comuni. Tutti attendono il picco, tutti attendono che il nemico finalmente si sfoghi e poi si plachi. E poi si plachi. E torni la pace. Perché non può finire tutto così. Non deve finire tutto così. I media esortano i civili ad essere all’altezza di chi combatte in prima linea e starsene a casa. Stretti attorno ai loro cari e alle loro speranze. Con quei bambini confusi rinchiusi tra quattro mura che cercano negli occhi degli adulti il significato di qualcosa che non ne ha. Perché la guerra non è ha di significato. Non ne ha mai avuto. Ma poi tutti se lo dimenticano. I cimiteri faticano a tenere il ritmo. Neanche il diritto di un funerale o di una parola di conforto mentre il mondo danza tutt’attorno. Si fanno avanti i popoli amici con gli europei per una volta tutti dalla stessa parte. Servono soldi, ma anche solidarietà ed unità d’intenti continentale. Non è facile ma qualcosa si muove. Finalmente. La guerra è così. Frantuma i giochi di palazzo e i miopi egoismi, spazza vie le futili contrapposizioni politiche e gli ometti che le cavalcano. Perché davanti alla morte tutto è uno stramaledetto dettaglio. Le notizie che giungono dal fronte sono drammatiche. È una carneficina. Vite saltate bruscamente in aria. Vite ancora troppo piene di sogni e di senso. Lo stato si fa più invadente. Serve limitare la libertà personale ulteriormente. Servono nuove reclute. Medici e infermieri per alleviare i turni estenuanti di chi combatte al fronte e per rimpiazzare chi è stato vinto dal nemico. Ma ci sarà tempo dopo per celebrare gli eroi o almeno questo è l’auspicio. Adesso conta solo vincere. Facendo la propria parte. Resistendo. Guardandosi negli occhi come bambini che cercano il significato di qualcosa che non ne ha. Perché la guerra di significato non è ha e non ne ha mai avuto. Lo capisce davvero solo chi la vive. Poi tutti se lo dimenticano.

Tommaso Merlo

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